Matteo Faben - critica Critica Berardi

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Qui di seguito il testo della critica:

E, se la Scultura è per Picasso espressione “ dell’ intelligenza”, per Matteo Fabén indica il terreno d’incontro quotidiano dove, con indubbia capacità tecnica, questo giovane artifex si richiama agli stilemi dei grandi del passato (Donatello, il morbido modellato dei Quattrocenteschi fiorentini, la fermezza di Michelangelo e il classico assunto canoviano) per desumere (quasi sempre omesso, il preparatorio) – nel libero fluire della propria sensibilità interiore, tra desideri, realtà e fantasia – scorci d’ispirazione surreale. Conseguentemente, la naturale vocazione in-forma una luminosa, frattale tridimensionalità (restano, testimoni esaltanti, Moore, Marini, George Segal e anche Finotti), segno di una visione concettuale in continuo evolversi…Per Matteo, il tempo sgrana quasi ‘religiosamente’ gli anni di un incessante sperimentare trasformativo: l’entusiasmo febbrile, soffio di esistenza speso nel rapido susseguirsi di quel continuo ricercare rivolto alla bellezza, al suo timbrico essere rivisitata dal connubio tra materia e forma…Il marmo carrarino, candida essenza al tempo possente e duttile è, dell’opera di Fabén, la veste serica e non più misteriosa aprendosi in un caleidoscopio interpretativo poiché, dai rivoli persi in profondità, affiorano le vene in texture infinitesimale… Lo specchio per la luminosa metaformofosi luce-ombra, nel volgersi del giorno. Un flusso ininterrotto, tra opera ed autore, è la nuova sinergia che valica il confine della dimensione temporale, vivificata, al contempo, da un catarsico motivo d’ispirazione negli irrinunciabili affetti familiari. E’ del resto ammirevole nel giovane Fabén quel connaturato senso di responsabilità, di adesione ai valori della propria coscienza d’artista: rispetto profondo di una dinamica ascensionale che accorda sul pentagramma stati d’animo e pulsione creativa…

Del resto, è ormai così rara in questa nostra fase storica, con la messa in crisi delle leggi che stravolgono il potere, la forza di quell’immaginario rivolto alla libera ispirazione, contro la mera curiosità, il fugace soffermarsi di un establishement che inneggia a modelli di riferimento mediale tra politica, sport e moda…

Matteo Fabén, fisionomia chiara, sguardo severo e luminoso, offre il carisma di un temperamento razionale, entusiasta e sensibilmente vigile nel saper cogliere le impronte emblematiche del proprio ruolo: operando la filosofia della differenza, indica la legge di quel linguaggio autonomo e consapevole che coniuga la voce classica sul paradigma di una contemporaneità rivolta alla dialettica speculativa. Così la scultura è l’inarrestabile desiderio di percepire il mondo e di sentirsene protagonista, facendo fremere la passione liberatoria, quella vena di concreta vitalità che nasce dall’ estro gioioso per aprirsi a infiniti interrogativi… Attratta, mi si conceda, da un accenno di melanconia?

Le opere di Fabén sono, nella trasfigurazione dei modelli ispirativi, prettamente originali, e questa singolarità medesima funge da input per il potere immaginifico di ciascuno. La forza indagatrice di uno sguardo interiore che attende di uscire, grazie al movimento correlato all’ atto stesso della visione, dalla camera oscura del prestabilito. Vedere un’opera di Fabén, per me, significa l’oltre canone, lavorare sui confini più estremi, sondare la mia radice emozionale interpretandone, nel percorso narrativo, l’intima ragione d’essere: una forma fatta di luci, di dati sensibili ricomponentisi, di volta in volta, in entità sullo scacchiere dell’Idea. Così, allargando la potenzialità percettiva, mi soffermerei sull’ironia compiacente della citazione (quale esempio, nella serie ‘animalia’, comunque improntata a serafica contemplazione – il grande pesce in verticale, emerso dagli abissi marini per un elettivo redimersi “Alla ricerca della purezza”, con occhi intenti a rimirare la nuova realtà ‘celeste’ e due piccole cave appendici laterali – levate in orante gestualità – ; e, ancora, nella protome “ Amore di cavallo”, la criniera gonfia per l’impeto del galoppo ma avvolta in seriche volute; il dettaglio civettuolo delle foltissime lunghe ciglie contorno allo sguardo sognante, o delle grosse labbra in rilievo come fossero ben truccate)…Qui ritrovo il coraggio di Matteo al non allineamento ‘canonico’, per l’ effetto di una visualità intrigante e festosa, lo slancio di quella libera inventiva che ha visto approdare il mito olimpico al cinema di animazione digitale. Ecco quindi, il trend ‘reale’ , frutto di un sapore eclettico che resta più accattivante del reale a schema ‘classico’. Infine, in silenzio di fronte allo splendido manichino (Guttuso ma anche Kostabi) in legno d’ulivo – silloge di un’anima (Matteo) racchiusa ma pulsante in quelle venature geocentriche, e, al pari, cosmiche ellissi in attesa di Conoscenza – ecco la mia richiesta…Intraprendere, sia pure in parallelo agli impegni già corposi, un ulteriore percorso di sperimentazione ed approfondimento: altri materiali, trattati diversamente per offrire luce anche a nuovi soggetti. Regalandoci, ex abrupto, la “lettura” del gesto che suggerisce senza rivelare tutto, quando la raspa si ferma prima di arrivare all’effetto decisamente levigato. Come già Igor Mitoraj, autore di grandi magnifiche sculture intese come frammenti classici ma che suscitano quel senso d’inquietudine dovuto alla frattura…

Caterina Berardi
(Per concessione mediartenews.it)
21/01/2012